Ogni tanto capita di leggere qualche esponente dell’industria discografica lamentarsi della cosidetta “pirateria” su internet, di come questo danneggi “gli artisti” e che l’unica soluzione sia installare filtri telematici come nemmeno si sono mai sognati in Cina o Corea del Nord.

Li ascolto sempre con attenzione, tra le risate e la rabbia, perchè la realtà è ben diversa. Purtroppo chi gestisce la musica è rimasto fermo agli anni ‘60, quando l’unico modo per ascoltare musica era comprarsi una radiolina oppure un mangiadischi da sfamare con i vinili, impossibili da copiare. Queste persone sono ancora ferme ai ventiquattromilabaci di Adriano Celentano. Qualcuno li svegli, presto!

Il mondo va avanti, la tecnologia sforna novità a ciclo continuo, la società si sviluppa – in meglio e in peggio - e gli unici a rimanere fermi sono i padroni del disco. Quando SONY e Philips misero sul mercato le musicassette, iniziarono i primi schiamazzi; si annunciava la prossima morte di tutti i cantanti. Nulla di questo è accaduto. Mentre la tecnologia ha migliorato la qualità di ascolto, chi produce & distribuisce si dispera nel tentativo – vano – di applicare il vetusto schemetto di successo nei favolosi anni ‘60.

Volete sapere una cosa ridicola? La SIAE da più di venti anni riceve i soldi -tanti, tanti, tanti – di una odiosa gabella messa a forza su tutti i supporti vergini (cd, dvd, videocassette, musicassette) come pagamento-preventivo-per-un-eventuale-utilizzo-del-supporto-per-immagazzinare-materiale-protetto, ma allo stesso tempo chiede che il web torni ad essere come negli anni ottanta; messaggi di color bianco su sfondo nero. Traduzione: la SIAE chiede sia la riparazione preventiva sia l’impossibilità di utilizzare il supporto come meglio ci aggrada. Insomma, nel loro mondo perfetto, noi dovremmo versargli soldi persino per registrare il filmino delle vacanze. Siamo alla follia? Decisamente si!

Parliamoci seriamente, i conti in rosso dell’industria musicale non sono responsabilità di chi ha inventato il formato MP3 (come ho scritto, già si lamentavano venti anni fa con le musicassette) o della diffusione delle connessioni ad alta velocità. La responsabilità è tutta loro, che buttano soldi per produrre pseudo-musicisti, ignorano qualsiasi innovazione tecnologica e tengono artatamente alti i prezzi dei CD.

Ricordo qualche anno fa un ridicolo decalogo – per fortuna rimosso – pubblicato dalla FIMI (la corporazione dei discografici italiani) sulla musica in rete. Tra i vari punti uno sentenziava che: “lo scambio di canzoni su internet è diverso dal farsi copiare un cd da un amico, perchè la disponibilità è notevolmente maggiore“. Tralascio la gaffe clamorosa – per dare addosso al demonio/MP3, si giustifica la copia fatta tra amici –  mi concentro sul non-sense: è vero che in rete vi è maggiore disponibilità rispetto a quanto sia in possesso del fantomatico amico, ciononostante, pur potendo scaricare tutta la discografia di Celine Dion (esempio), non mi passerà mai per la testa di farlo!

La corporazione dei discografici preconizza un futuro di fame e stenti per gli artisti a causa dello scambio di musica online. Approfondendo un po’ si scopre che se gli artisti dovessero sperare di sopravvivere con le briciole che guadagnano per ogni cd venduto, alle mense della Caritas ci sarebbe una lunga fila di volti noti. La verità è che gli unici a “perderci” sono quelli che con la musica hanno poco a che fare, ma molto da guadagnare. Ai musicisti fa comodo che le loro canzoni circolino il più possibile, che vengano conosciuti in modo da attirare più gente ai concerti e vendere più CD. Volete qualche esempio? Sicuramente avrete sentito parlare degli Artic Monkeys. Pensate che il loro successo sia dovuto alla lungimiranza di qualche discografico? Spiacente deludervi. I ragazzotti di Sheffield si sono fatti conoscere grazie allo scambio – gratuito e incontrollato – dei loro pezzi in rete. Risultato? Successo planetario e concerti sold-out. Ne volete un altro? I Radiohead hanno messo a disposizione il loro ultimo disco in libera offerta su internet. L’iniziativa è stata talmente un successo che la corporazione dei discografici si è affrettata a mettere in circolazione la voce FALSA che buona parte dei fans del gruppo di Oxford aveva scaricato il disco senza versare un penny. La smentita da parte del gruppo non ha avuto la stessa fortuna sui giornali, chissà perchè…

Quali sono le soluzioni? Di sicuro, non continuare sulla strada intrapresa. Filtri alla rete, dispositivi anticopia, aumento indiscriminato dei prezzi, sono inutili e dannosi.

Ecco quattro modest proposals:

  1. Produzione. Prendere quattro strappone – o quattro tamarri - non può più essere la strada! I gruppi formati a tavolino nella speranza di scucire soldi alle ragazzine sono un fallimento, perchè insistere? Si torni invece curare gli artisti, quelli veri. In giro per i locali, su internet, ascoltare chi fa musica originale e dare possibilità a chi ha vero talento. Senza pregiudizi, senza chiusure mentali, senza cercare di creare il clone dell’artista – italiano – che vende in quel momento.
  2. Distribuzione. Non siamo più negli anni ‘60, baby! Ancora non avete capito che uso fare del CD e vi sono piombati sul collo DVD e MP3. Bisogna rompere il vecchio schema disco/singolo. Il supporto fisico non è morto, la musica non è diventata – e non diventerà – immateriale, bisogna solo dare agli appassionati il prodotto giusto. Non tutti i musicisti sono pronti a sfornare un disco intero di quindici pezzi, molti ne hanno solo due o tre. Perchè obbligarli a fare un disco brutto? Vi hanno fatto qualcosa di male? La tecnologia permette una flessibilità che negli anni ‘60 non esisteva. Unitevi a noi, benvenuti nel XXI secolo!
  3. Prezzo. E’ immorale che un CD costi 25 euro! Quale è  la risposta da parte della corporazione? ”Fare musica, costa!”. CAZZATE! La tecnologia permette di creare un cd dal suono ultra-professionale senza muoversi da casa a prezzi più che accessibili. L’unica cosa che costa sono i papponi che mangiano con la musica, non smetterò mai di ripeterlo. Volete qualche esempio? Dalla corporazione dovrebbero spiegarmi perchè entrando nei negozi degli altri paesi i CD costino molto meno. Si spende meno a fare musica fuori dall’Italia? Credo proprio di no. Volete un altro esempio? Il post sotto parla dell’ultimo lavoro degli Elio E Le Storie Tese, sapete a quanto viene venduto il loro CD? Quattordici Euro! Si, avete letto bene. Ciò è possibile perchè gli EelST hanno la piena proprietà delle loro opere e sono riusciti, per quanto possibile, a buttare fuori molti papponi. Abbassare i prezzi è la chiave per far tornare su le vendite. Qualche anno fa la corporazione - in un raro momento di intelligenza - decise di offrire buona parte del catalogo a prezzi più decenti. La risposta fu un boom delle vendite dei CD. Vi serve qualche altro esempio? Non credo.
  4. Legislativo. Basta rompere le palle ai governi chiedendo restrizioni alla navigazione, filtri sui server, schedatura degli utenti, arresto dei quindicenni. Tutte cose inutili e irrealizzabili. Vengano invece concessi degli incentivi ai gestori di locali che fanno esibire musicisti originali, ovvero quelli che suonano musica scritta da loro. Le coverband se ne faranno una ragione. Vengano incentivate le scuole di musica e le sale prova. Insomma, venga sostenuto chi ha talento!

Chiudo questo ennesimo intervento lunghissimo con un video che spiega molto bene la triste situazione dell’industri musicale.